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Rivista98_Claudio Sugliani. Una vita nel segno dell'arte

Raccogliere da terra lo schizzo scartato da un allievo, un foglio gettato. Tenerlo da parte insieme con altri, salvati per caso nelle aule d’accademia. E da lì, a distanza di anni, ripartire alla ricerca di un senso. Alterando o integrando, per sottrazione o per addenda, riciclando nell’arte la memoria visiva, le assonanze di forma, gli slanci irrisolti del gesto creativo.
Il lavoro di Claudio Sugliani è una meditazione su di sé e allo stesso tempo un dialogo aperto con il mondo dell’arte. Aperto perché «è doveroso attingere a ciò che offre il tempo in cui si vive, pena rimanere prigionieri della tradizione»; aperto perché «le sollecitazioni sono infinite e imprevedibili, anche se in sostanza ho sempre fatto lo stesso disegno da quando avevo vent’anni». Tra le mostre più recenti di Sugliani, quella al Brunitoio di Ghiffa sul Lago Maggiore nel giugno 2018 ha messo a fuoco proprio questa costante della sua arte, aperta anche al confronto generazionale: un’indagine a più livelli, sulle sedimentazioni culturali, sui legami indiziali tra i segni, sulla continuità indissolubile dell’esperienza. In particolare il disegno, per l’artista che all’incisione ha dedicato cinquant’anni di ricerca e di docenza, resta il regno dell’interrogativo, degli sconfinamenti e dei cambi di rotta.
È un segno, il suo, che si interessa nello specifico alla figura umana, anche se gli esordi negli anni Sessanta sono vicini a un astrattismo libero da significati simbolici, scandito da ragnatele di segni e da geometrie minimali. [...]