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Rivista 127_Ernesto Coter

Nel 2014, in occasione della sua mostra personale alla Galleria Previtali di Bergamo, osservavamo come la pittura di Ernesto Coter, vigorosa e vorticante, stesse progressivamente allontanandosi dal flusso del paesaggio per avvicinarsi a una dimensione più assorta e metafisica, fatta di pura immersione nella luce, nella memoria, nel silenzio. A distanza di oltre dieci anni, quella traiettoria appare oggi compiuta.
Le opere più recenti dell’artista bergamasco, che quest’anno raggiunge il traguardo dei novant’anni, sembrano infatti condensare l’intera esistenza in pochi minimali elementi: una linea d’orizzonte, una vibrazione luminosa, una distesa di bianco. Il bianco, distillato e sublimato, intriso di risonanze interiori, è il nuovo, assoluto protagonista. Potrebbe apparire come il compimento di un percorso di spoliazione formale, l’approdo a una pittura ridotta a pochi segni essenziali dopo una vita trascorsa fra le luci e i colori del Pacifico. In realtà, osservando le sue ultime opere e ascoltando le sue parole, si comprende che quel bianco, più che una sottrazione, è una conquista: il punto d’arrivo di un artista che, dopo avere attraversato per decenni i colori superbi e abbaglianti della Polinesia, più che svuotare la tavolozza, la vuole contenere in una somma, la somma di tutte le lunghezze d’onda dello spettro visibile. Le sfumature quasi impercettibili della pennellata nelle grandi tele spaziali degli ultimi anni, a ben guardare, incarnano una ricerca tutta spirituale, per cui il bianco si fa elemento attivo, capace di indurre uno stato meditativo e di profondità intellettuale, proprio come lo intendeva Wassily Kandinsky ne “Lo Spirituale nell’arte”. [...]