
Per quanto Enrico Albrici (1714-1773) si sia distinto con esiti apprezzabili anche nel campo della pittura sacra, il suo nome, almeno per ciò che riguarda il grande pubblico, è legato soprattutto alle celebri bambocciate.
A questo genere l’artista scalvino cominciò a dedicarsi in una fase avanzata della sua carriera. Stando a quanto riporta Francesco Maria Tassi, ciò sarebbe avvenuto nel 1763, dopo il trasferimento a Bergamo al seguito del figlio Giovanni, che in città avrebbe completato gli studi per diventare sacerdote: Enrico Albrici – racconta il biografo – «giunto in Bergamo, si mise a dipingere quattro quadri di pigmei, sul gusto del Bocchi, i quali, tutto che in parte secchi e stentati, pure dimostravano la di lui disposizione a divenir in tal genere di pittura molto valente. Veduti questi dal signor conte Giacomo Carrara e da Lodovico Ferronati, dilettantissimi di pittura, molto lo animarono a continuare a dipingere sì fatte ridicole bambocciate, alle quali ritrovavasi egli di sua natura disposto e inclinato per certo tal quale estro buffonesco».
In realtà, da una lettera che Albrici scrisse da Brescia a Ferronati il 9 aprile 1761 si ricava che a quella data il pittore aveva già cominciato a familiarizzare con le bambocciate. Il documento, conservato nell’Archivio dell’Accademia Carrara, fa riferimento, in particolare, a due «quadri di picchmeij» che Albrici avrebbe dovuto inviare allo stesso Ferronati, su indicazione del mercante di stampe veronese Giacomo Sesilla, in cambio di «numero trenta di carte vecchie» e attesta la volontà del pittore scalvino di rimettere mano a quegli stessi dipinti in un periodo successivo: «con molto tempo che avevo pensiero di ritocarli ma sin ora non li ho fatto niente. Ma quando verò a Bergamo, se resteranno a vostra signoria, gli voglio fare diverse mutazioni». [...]