
Conosco e apprezzo la scultura di Ugo Riva da più di trent’anni e non ho ancora trovato un termine con cui definirla. Chissà, magari nei prossimi trenta ci riuscirò, non bisogna mai perdere la speranza, ma per il momento, caro lettore e amico che stai scorrendo queste righe, devi accontentarti di qualche considerazione che vorrebbe arrivare a riassumersi in un concetto unico, in una parola sola, ma a quel traguardo non giunge mai. La colpa è certamente di chi scrive, cioè mia, ma un po’ (non resistiamo mai al piacere di addossare la causa delle nostre insufficienze a qualcun altro) è colpa anche di un lavoro come quello di Riva, che si è mosso al di fuori dei canoni obbligati, e considerati obbliganti, della sua generazione.
Cerchiamo di spiegarci meglio. La scultura di Ugo Riva ha sempre percorso una via difficile e oggi poco frequentata. Scultura, intanto: non ready-made, installazione concettuale, prelievo di elementi dalla vita quotidiana, ma scultura nel senso “antico” del termine, cioè lavorazione di un materiale, modellazione (non modulazione, come voleva Melotti) o fusione di una figura. Etimologicamente, del resto, la parola rimanda al latino “sculpere”, che secondo alcuni ha a che fare con “colpire”, e secondo altri deriva da una radice “skar”, tagliare, scalpellare, incidere, “formando figure in materia solida”. Nell’opera di Riva anche l’inserto estraneo, le poche volte che c’è (pensiamo, per esempio, a certe edicole o nicchie in cui ricovera le sue madri o le sue Madonne) si subordina armoniosamente all’opera e fa corpo con essa, senza soluzione di continuità. [...]