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Rivista 116_Guarnerino da Padova e Giacomo Manzù

Nel corso dell’allestimento della mostra nel Palazzo Storico del Credito Bergamasco, dedicata all’incontro, fuori dal tempo, tra l’artista-botanico Guarnerino da Padova (documenti dal 1404-1441), autore del codice Herbe pincte e Giacomo Manzù dei Trenta studi di erbe e fiori, ci siamo imbattuti in una strana coincidenza “geografica” tra i due autori. Cosa talmente casuale da costituire una pura, purissima curiosità.
Uno dei più importanti documenti storici che riguardano Guarnerino (ne ha scritto anche Giulio Orazio Bravi nel catalogo della mostra) è del 1404, quando l’artista fu attivo, su incarico della dinastia dei Carraresi, nella decorazione di Castelvecchio, appunto a Verona. Giacomo Manzù, all’epoca ancora Manzoni, nel 1928 si trova anch’egli a Verona per fare il servizio militare e da quella città scrive al suo amico e futuro collaboratore Emilio Mario Locati (1909-1991), che deve in parte a quel soggiorno la maturazione della sua vocazione alla scultura. Invia cartoline (con il portale della basilica di San Zeno, delle Arche Scaligere, del Monumento a Cangrande) e nelle proprie memorie ricorderà, più avanti: «A Verona ho trascorso la mia infanzia di scultore. Era l’anno 1928. La Patria mi aveva chiamato al servizio militare. Non mi stancavo mai di andare a guardare quelle quarantaquattro formelle, la spazialità e i lineari percorsi dell’interno del tempio, la pala tripartita del Mantegna».
Giovane lui a Verona, giovane Guarnerino a Verona. Tutto qui. Pura coincidenza a più di cinquecento anni di distanza.
Introdotti dalla dichiarazione delle rispettive paternità, i due autori hanno proposto in mostra il frutto di un lavoro, che, a distanza di cinque secoli, si è similmente sviluppato attorno, e dentro, l’affascinante piccolo mondo di un inventario botanico, con interessi diversificati, ma ugualmente accomunati nella semplicità affettuosa di una meraviglia sospesa. [...]